
Job hopping: un’arma a doppio taglio.
Cambiare più volte lavoro non rappresenta necessariamente un problema. Può significare aver cercato condizioni migliori, nuove competenze, maggiori responsabilità o un contesto più vicino alle proprie aspettative. Durante una selezione, però, una successione di esperienze brevi può sollevare qualche domanda. Il punto diventa quindi saper raccontare quei cambiamenti mostrando il filo che collega le diverse scelte professionali.
Sul job hopping si è scritto molto: che cosa significa, quali sono le sue cause, quali vantaggi può offrire e quali rischi può comportare.
Qui mi interessa soprattutto affrontarlo dal punto di vista del candidato: come presentare un percorso caratterizzato da frequenti cambi lavorativi senza trovarsi ogni volta sulla difensiva davanti a un recruiter?
Per job hopping si intende la tendenza a passare con una certa frequenza da un lavoro all’altro, spesso con l’obiettivo di migliorare la propria situazione professionale, economica o personale.
È un comportamento diventato più visibile anche nelle generazioni più giovani, insieme a una diversa attenzione verso aspetti come equilibrio tra vita e lavoro, qualità del contesto, possibilità di crescita, riconoscimento economico e coerenza tra lavoro e aspettative personali.
Cambiare può quindi offrire vantaggi reali: acquisire nuove competenze, conoscere organizzazioni diverse, trovare un ambiente più adatto, assumere maggiori responsabilità o migliorare le proprie condizioni economiche.
Ma esiste anche un altro lato della questione.
Che cosa può chiedersi un recruiter davanti a molti cambi?
Quando nel CV compaiono diverse esperienze di breve durata, il selezionatore può voler capire che cosa abbia portato a quelle scelte e quanto sia probabile che lo stesso schema si ripeta.
Non significa necessariamente che consideri negativo il percorso.
Può però chiedersi:
“Perché questa persona ha cambiato così spesso?”
“Che cosa stava cercando?”
“Le esperienze seguono una direzione oppure sono scollegate tra loro?”
“Che cosa la porterebbe a rimanere nella nostra azienda?”
È proprio questo possibile dubbio che dobbiamo essere preparati a sciogliere.
Il problema, infatti, non è tanto il numero dei cambi quanto l’assenza di una spiegazione comprensibile che li colleghi.
Se ogni esperienza sembra terminare perché “l’azienda non andava bene”, “il capo era sbagliato”, “l’ambiente era tossico” o “non c’erano possibilità”, dopo diversi episodi simili il recruiter potrebbe iniziare a domandarsi quale parte della dinamica dipenda anche dal candidato.
Ecco perché non basta giustificare separatamente ogni uscita. È più efficace riuscire a raccontare l’evoluzione complessiva del proprio percorso.
Il racconto comincia già dal CV
La prima attenzione va posta proprio al curriculum.
Una successione di aziende, job title e date, senza alcun elemento che permetta di comprendere l’evoluzione del profilo, lascia al recruiter il compito di interpretare ciò che vede.
E la sua interpretazione potrebbe essere diversa da quella che vorremmo trasmettere.
Può quindi diventare particolarmente utile il sommario professionale, soprattutto quando il percorso non appare immediatamente lineare.
Quelle poche righe iniziali possono aiutare a evidenziare il filo che unisce esperienze apparentemente frammentate: una progressiva specializzazione, l’acquisizione di competenze diverse, l’avvicinamento a un determinato ruolo oppure la ricerca di un contesto professionale più coerente con il proprio progetto.
Anche nella descrizione delle singole esperienze possiamo mettere in evidenza ciò che ciascun passaggio ci ha permesso di acquisire.
Il CV, in questo modo, non nasconde i cambi.
Li inserisce all’interno di una storia professionale comprensibile.
Al colloquio non serve difendersi da ogni cambiamento
Lo stesso lavoro va fatto prima del colloquio.
Se sappiamo che il nostro percorso presenta diversi passaggi brevi, è molto probabile che il tema venga approfondito.
Arrivare preparati evita di trovarci a improvvisare una lunga giustificazione per ciascun cambiamento.
Possiamo invece chiederci in anticipo:
Perché ho accettato quella posizione?
Che cosa ho imparato?
Che cosa mi ha portato successivamente a cambiare?
Quale criterio ha guidato le mie scelte nel tempo?
Che cosa sto cercando oggi che è diverso rispetto al passato?
L’obiettivo non è costruire una versione più conveniente della realtà.
È riuscire a spiegare le proprie decisioni mostrando che dietro ai cambiamenti c’è stata una logica, anche quando alcune esperienze non hanno prodotto il risultato sperato.
Evitare di parlare soltanto di ciò da cui siamo scappati
Un altro punto importante riguarda il modo in cui raccontiamo le ragioni delle uscite.
Può essere vero che abbiamo incontrato un ambiente poco sereno, una gestione difficile, scarse opportunità o condizioni non corrispondenti a quanto ci era stato prospettato.
Ma se descriviamo ogni cambiamento esclusivamente attraverso ciò che non funzionava nell’azienda precedente, il nostro racconto rischia di diventare una lunga sequenza di problemi.
Molto più utile è affiancare alla ragione per cui abbiamo lasciato qualcosa la ragione per cui abbiamo scelto il passo successivo.
Non soltanto:
“Non avevo possibilità di crescita.”
Ma:
“Mi sono reso conto che cercavo un ruolo nel quale potessi assumere maggiori responsabilità e ho scelto l’opportunità successiva proprio perché mi permetteva di farlo.”
Il cambiamento assume così una direzione.
Anche molti cambi devono portarci a capire che cosa cerchiamo
C’è poi una riflessione che riguarda il candidato prima ancora del recruiter.
Cambiare lavoro può essere una scelta assolutamente legittima, soprattutto quando il contesto non risponde più alle nostre esigenze o quando si presenta un’opportunità realmente interessante.
Ma se continuiamo a cambiare senza aver chiarito che cosa stiamo cercando, rischiamo di ritrovarci ogni volta davanti allo stesso problema con un’azienda diversa.
Prima di accettare una nuova proposta vale quindi la pena chiedersi:
Quali sono oggi le mie priorità?
Quali caratteristiche deve avere il ruolo che sto cercando?
Quali condizioni sono davvero importanti per me?
Su quali aspetti posso essere flessibile e su quali no?
Retribuzione, crescita, contenuto del ruolo, ambiente, autonomia, equilibrio vita-lavoro e possibilità di apprendimento possono avere pesi diversi per ciascuno di noi.
Conoscerli aiuta non soltanto a scegliere meglio, ma anche a spiegare con maggiore credibilità le proprie scelte future.
Il job hopping, quindi, può davvero essere un’arma a doppio taglio.
Può ampliare esperienze, competenze e opportunità, ma se diventa una successione di passaggi privi di una direzione riconoscibile può rendere più difficile raccontare il proprio percorso.
Non dobbiamo nascondere i cambiamenti. Dobbiamo riuscire a spiegare che cosa ci hanno insegnato, dove ci hanno portato e perché oggi stiamo facendo una scelta diversa o più consapevole delle precedenti.
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