
Il modo in cui parliamo a noi stessi può sostenerci nel cambiamento oppure diventare uno dei principali ostacoli da superare.
Quando ci troviamo davanti a un cambiamento, è facile che emergano pensieri come “non ce la farò”, “non sono all’altezza” o “e se sbagliassi?”. Il problema non è avere dubbi o paure, ma il significato che attribuiamo loro e il modo in cui continuiamo a parlarcene.
«Se cambi il modo in cui pensi, cambierà il modo in cui ti senti e ciò che sei in grado di fare.» – Richard Bandler
Quando siamo sul punto di cambiare possiamo avere paura di non riuscire. Eppure dobbiamo anche accettare che sbagliare e incontrare difficoltà faccia parte di qualsiasi percorso in cui stiamo imparando qualcosa di nuovo.
Allo stesso modo, possiamo sentirci inadeguati davanti a un nuovo ruolo, a un’attività diversa o a una responsabilità che non abbiamo mai affrontato prima.
Ma vale la pena ricordare che molte delle capacità che oggi utilizziamo con naturalezza, inizialmente, non lo erano affatto. Le abbiamo apprese attraverso l’esperienza, la pratica e anche attraverso gli errori.
Lo stesso può accadere quando dobbiamo acquisire una nuova competenza professionale. Allenandola probabilmente non diventeremo immediatamente eccellenti, ma possiamo costruire progressivamente le conoscenze e la sicurezza necessarie per affrontare ciò che oggi ci sembra difficile.
A volte, però, ciò che ci blocca non riguarda soltanto quello che sappiamo o non sappiamo fare.
Entrano in gioco anche le convinzioni che abbiamo costruito su noi stessi.
Possiamo portarci dietro giudizi ricevuti anni prima, magari espressi da qualcuno che si è sbagliato, che parlava da una propria prospettiva o che stava valutando la persona che eravamo allora, non quella che siamo diventati oggi.
Eppure quelle frasi possono continuare a riaffacciarsi proprio nei momenti in cui siamo chiamati a fare qualcosa di nuovo:
“Non sono portato.”
“Non sono abbastanza bravo.”
“Non riuscirò a gestirlo.”
“Non è una cosa per me.”
Il primo passaggio diventa allora riconoscere questi pensieri e iniziare a metterli in discussione.
Non significa convincerci che tutto andrà bene indipendentemente da ciò che facciamo. Significa evitare di trattare come un fatto certo ciò che, in realtà, è una nostra interpretazione.
Anche le domande che rivolgiamo a noi stessi possono fare la differenza.
Se continuiamo a chiederci:
“E se fallissi?”
è probabile che la nostra attenzione vada soprattutto verso tutto ciò che potrebbe andare storto.
Possiamo però formulare domande diverse:
“Che cosa mi serve per affrontare questa situazione?”
“Che cosa posso preparare meglio?”
“Quale parte dipende da me?”
“Qual è il primo passo che posso fare?”
Il problema non scompare, ma cambia il punto su cui concentriamo l’attenzione: dalla sola difficoltà alle possibilità di intervento.
Questo accade perché non è soltanto ciò che succede a determinare come viviamo una situazione, ma anche il significato che le attribuiamo.
Non sempre possiamo modificare gli eventi. Possiamo però lavorare sul modo in cui li interpretiamo e sulle risposte che scegliamo di mettere in campo.
Ed è qui che entra in gioco il dialogo interiore.
Il self-talk è quella conversazione continua che intratteniamo con noi stessi: commentiamo ciò che accade, anticipiamo scenari, giudichiamo le nostre prestazioni, immaginiamo ciò che potrebbe succedere.
Se quel dialogo diventa continuamente critico o svalutante, può alimentare uno stato d’animo poco funzionale:
“Tanto sbaglierò.”
“Gli altri saranno sicuramente più preparati.”
“Non dovevo accettare.”
Possiamo invece imparare a utilizzare parole più utili e realistiche:
“Non l’ho mai fatto, quindi è normale che mi richieda attenzione.”
“Posso prepararmi.”
“Non devo sapere fare tutto immediatamente.”
“Posso capire cosa funziona e correggere ciò che non funziona.”
Parlarsi con maggiore fiducia non significa raccontarsi una realtà che non esiste.
Significa costruire un dialogo interno che, invece di sabotare l’azione ancora prima di iniziare, ci aiuti ad affrontare ciò che abbiamo davanti.
Per questo la comunicazione che abbiamo con noi stessi è importante quanto quella che costruiamo con gli altri.
E imparare a trasformare il dialogo interiore da sabotatore ad alleato è possibile, ma richiede allenamento.
Un pensiero utilizzato per anni difficilmente scompare perché una volta abbiamo deciso di sostituirlo. Dobbiamo prima accorgerci di quando emerge, riconoscere il modo in cui influenza il nostro stato e iniziare a costruire alternative più funzionali.
È un lavoro che si consolida con la ripetizione.
Allenare il dialogo interiore significa quindi imparare, giorno dopo giorno, a riconoscere le parole con cui interpretiamo ciò che accade e scegliere quelle che ci aiutano maggiormente ad affrontare la situazione.
Perché non possiamo controllare ogni pensiero che compare nella nostra mente, ma possiamo imparare a non lasciare che sia sempre quel pensiero a decidere ciò che siamo in grado di fare.
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