In che modo giustificare i frequenti cambi lavorativi?

Job hopping: un’arma a doppio taglio.

Quasi tutti gli articoli che trattano il tema del job hopping definiscono il fenomeno, le origini, i vantaggi e gli svantaggi.
In questa trattazione mi interessa meno indagare le cause e gli effetti dello stesso quanto piuttosto fornire uno strumento utile ai candidati, che è quello che un consulente di carriera dovrebbe proporsi di fare, per metterli in grado di giustificare il job hopping all’interno del proprio percorso professionale.
Tuttavia, non nuoce una breve panoramica introduttiva; in primis per job hopping si intende la tendenza, diffusa specialmente tra le nuove generazioni, di “saltare” da un lavoro all’altro per migliorare la propria situazione professionale ed economica.
Che alla Gen Z si debba attribuire il merito, o il demerito, di aver contribuito a diffondere in maniera molto più massiccia il fenomeno già esistente è un dato di fatto e ciò si spiega in ragione dei nuovi ideali e delle nuove aspettative professionali che questa generazione porta con sè: dalla ricerca di un migliore bilanciamento vita lavoro sino al tentativo di vedersi riconosciuta una retribuzione che restituisca valore alla professionalità e che sia in linea con i parametri anche dei paesi esteri.
Pertanto, sono sempre più numerosi i giovani, specie under 27, che cambiano lavoro anche in meno di 2 anni e sicuramente questa tendenza porta con sè indiscutibili vantaggi: la possibilità di trovare un ambiente di lavoro sereno, di acquisire nuove competenze tecniche, di vedersi offerto un percorso di crescita congiuntamente ad un aumento salariale.
Come in ogni fenomeno esiste tuttavia il risvolto della medaglia: i frequenti cambi lavoratori posso incutere timore nella mente del selezionatore, che sarà portato a targhettizzare il candidato come “mercenario”, o nella migliore delle ipotesi come “infedele”.
Sebbene queste considerazioni siano assolutamente discutibili nelle ipotesi in cui il candidato è giustamente portato ad anteporre la propria condizione professionale al bene aziendale e ad adoperarsi per migliorarla, laddove questa condizione si stia rivelando “tossica” o non gratificante anche economicamente, bisognerà tuttavia trovare il modo per giustificare in sede di colloquio le scelte di cambiamento e per farle apparire ragionevoli e coerenti con le proprie passioni.
I Recruiter infatti spesso stentano a credere che un candidato si sia ripetutamente trovato in situazioni sfavorevoli tali da costringerlo ad un cambiamento lavorativo e pensano che non sia possibile che tutto possa andare storto sempre alla stessa persona, quindi suppongono che piuttosto ci sia qualcosa che non va nel candidato e che sia lui a non trovarsi bene in tutti i posti di lavoro.

E’ questa la congettura (quanto appunto di congettura si tratti ovviamente) che dobbiamo eliminare dalla mente del selezionatore, innanzitutto partendo dal cv.
Stesso impegno si richiede in fase di preparazione del colloquio per non doversi trovare a giustificare ogni singolo cambiamento lavorativo davanti all’HR.

Detto questo, rimane un’ultima considerazione. Sono molte le ragioni che possono spingere ad un cambiamento lavorativo e, prima di buttarvi a capofitto nella pratica del job hopping, riflettete bene su quelle che sono le vostre aspettative professionali e i valori aziendali che ricercate, e dopodiché soppesate se il gioco valga la candela.




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